La mia esperienza a Villa Gughi – lettera di una paziente

La lettera di ringraziamento di L., ospite di Villa Gughi lo scorso gennaio, che ha commosso tutta l’equipe della struttura.

Io sono L., di Roma, e vi voglio raccontare la mia esperienza a Villa Gughi, una struttura residenziale dove viene utilizzato un macchinario all’avanguardia chiamato “Deep TMS Brainsway” …vi ho spaventato?

Niente paura,… si tratta invece di un apparato per il trattamento e la cura degli stati depressivi…una speranza grande per il futuro.

Negli Stati Uniti viene utilizato da circa 30 anni, qui da noi in Italia da 10, ma stanno sorgendo centri ovunque nel nostro Paese che lo utilizzano, in diverse versioni, anche per il trattamento delle dipendenze da droghe, fumo ed alcool.

Villa Gughi è una graziosa costruzione, molto moderna e funzionale, che si trova a Rocca Priora, nei Castelli Romani, e da essa si gode un panorama magnifico sulle colline ed i paesi circostanti.

Io sono arrivata qui in una bellissima giornata di gennaio ma con la morte dentro, veramente molto sofferente. Il dottor Raccah, il medico che presenzia a questo tipo di trattamenti ha cercato subito di farmi sentire a mio agio presentandomi il personale; gli operatori che effettuano le sedute sono tre giovani e bravissimi psicologi, Ilaria, Debora, e Andrea. In realtà quel giorno era in turno Debora. Pensate forse che io fossi tranquilla?

No… Ero terrorizzata dalla novità del macchinario e non sapevo in realtà cosa aspettarmi. Venivo poi da un bozzolo oscuro, la stanza della mia casa, dove vivevo segregata da due mesi.

Mi accompagnava in questa avventura M., il mio fidanzato-amico che sarebbe rimasto con me la prima delle due settimane previste per il trattamento.

E così, fra una paura e l’altra, eccomi che venivo preparata per la prima applicazione del macchinario. Devo dire che, essendo molto agitata, ho percepito in maniera amplificata quelli che sono effetti normali del movimento dell’apparato, e Ilaria, dolce e paziente, mi ha spiegato di non spaventarmi, perché con il tempo non li avrei più percepiti.

Sin all’inizio del mio soggiorno, visto che in questo periodo ero l’unica paziente, sono stata da tutti coccolata, anche da Assunta, la signora che si occupa della cucina, bravissima e dolcissima, anche lei un vero angelo. Non devo dimenticare di nominare anche il bravissimo Dottor Leccisi, che insieme al Dottor Raccah ogni giorno venivano ad informarsi sull’andamento della terapia.

La stanza dove soggiornavamo era moderna e confortevole, e con il passare dei giorni è diventata la mia “casa”.

L’andamento delle mie giornate qui pian piano è andato modificandosi rispetto a casa: sveglia alle 8:30, poi due trattamenti con il macchinario, distanziati di circa due ore. Pranzi squisiti grazie all’ottima signora Assunta, poi un po’ di riposo e nel pomeriggio con fermezza e dolcezza sono stata stimolata ad uscire un po’, visto che a casa non esco mai.

Il mio corpo pian piano a ripreso degli abitudini “normali” ed anche il macchinario, che all’inizio era una sorta di mostro, per me si è convertito in un “amico” desideroso di aiutarmi a stare meglio.

E così piano piano sono passati giorni, già dopo la prima settimana mi sentivo meglio, più reattiva, c’era molto da fare, a parte le piccole camminate, i miei adorati “mandala”, figure particolari da colorare, ed avevo portato anche i miei acquerelli.

Certo, ho dovuto superare il piccolo “trauma” dell’allontanamento di M., che dopo la prima settimana sarebbe rimasto solo a dormire. Ma, come ripeto, la presenza amorevole di tutti mi ha aiutato.

Le mie aspettative, dopo tutto, nonostante il timore del macchinario, erano ambiziose: speravo di riprendermi dal mio stato di “larva”. E così è stato, tanto che, dopo le due settimane previste dal trattamento, ho deciso di prolungare il mio soggiorno ancora di qualche giorno, per confermare la positività dei risultati raggiunti.

Che dire? Tutti mi hanno detto che all’arrivo sembravo “mezza morta” e poi sono “risorta”, è rinato il mio sorriso!

Vorrei non dover andare via, restare ancora, forse il ritorno a casa mi spaventa un po’, ma porterò per sempre nel cuore la dolcezza di tutti e la professionalità unita ad un grande amore per il proprio lavoro.

A casa cercherò di mantenere questo ritmo di vita, incluso le piccole ma corroboranti passeggiate fuori casa, fuori dal mio “guscio” che mi stava uccidendo. Evviva Villa Gughi! Arrivederci a presto.

L.

DIPENDENZE E DEPRESSIONE. QUALE LEGAME?

“.. . Io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non

si spaura.… Così tra questa immensità s’annega

il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo

mare.”

Giacomo Leopardi

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Due fenomeni distinti, ma correlati che influiscono sulla psiche e che affliggono sempre più persone, anche nel nostro Paese.

Ecco l’analisi del dott. Francesco Bernacchia, psicologo e psicoterapeuta della Struttura Riabilitativa Colle Cesarano.

 

Quale stato di Salute è oggi possibile per l’uomo e quale è il suo ruolo nella partecipazione al proprio benessere? Capire dove nascono e dove si celano le dimensioni della Salute può rappresentare oggi una vera sfida per l’essere umano.

Nella frenesia di una società come quella attuale, l’universo emotivo dell’uomo sta trovando spesso difficoltà nel far sentire la sua voce in un contesto che, dietro il “comando” della perfezione, si rivela disponibile all’accoglienza e al rinforzo del solo successo, del divertimento e di una visione a volte distorta della realizzazione di se stessi. È facile, per l’uomo di oggi, adoperarsi inconsapevolmente per la completa realizzazione di un sé ideale imposto dalla società. A ciò vanno ad aggiungersi una serie di altre variabili interne all’individuo che, inerenti la sua storia ed altri aspetti più profondi della personalità, danno vita ad un “dialogo” tra il mondo interno dell’uomo e il mondo esterno della società.

Ma dove porta tutto ciò nel momento in cui queste due entità non riescono a dialogare e l’uomo non trova domande dentro di sé capaci di suscitare risposte all’esterno? Il senso di inadeguatezza, in questo caso, rischia di prendere il sopravvento, lasciando spazio ad un calo dell’autostima, ad una sensazione di insofferenza, stanchezza e a pensieri negativi i quali lasciano intravedere uno stato depressivo che spesso trova nell’auto-isolamento un falso e momentaneo sollievo.

Ad oggi si stima un’incidenza della sindrome depressiva sul 10% della popolazione, anche se non sempre la presenza dei suoi sintomi si accompagna alla relativa consapevolezza. Capita spesso, infatti, che la stanchezza, l’insofferenza e la demotivazione siano considerati dall’individuo come risposta ad una serie di problematiche esterne (contesto di vita lavorativo, familiare, ecc.) piuttosto che una difficoltà che origina anche e soprattutto dentro se stesso.

Come fronteggiare allora questa difficoltà? In quali comportamenti rifugiarsi per non correre il rischio dell’auto-isolamento e della propria inadeguatezza?  Molte sono le persone che riescono a chiedere aiuto, ma quasi mai ciò accade senza che prima non si sia passati per una fase di negazione o di “automedicazione” attraverso gli stimoli offerti dal contesto esterno.

Di fronte ad una forma di malessere dalla quale l’uomo vuole allontanarsi, accade spesso che, nonostante la sua asetticità e la sua frenesia, anche il contesto rischia di divenire un dispensatore di false alternative consolatorie e di divertimento che, rendendosi attraenti all’occhio dell’individuo, “dolcemente” lo privano del contatto con se stesso e con il proprio tormento interiore.

Quest’anestesia emotiva si diffonde quindi su un piano socio-culturale dove l’uomo diventa sempre più pratico e concreto, ma incapace di vivere o gestire le proprie emozioni dolorose e prendersene cura. Ed è qui, in questo concretismo, che anche la ricerca di soluzioni diverse può portare ad altre forme di automedicazione capaci di dare, nell’immediato, una risposta fugace e transitoria al disagio sperimentato.

Che sia un farmaco, una sostanza, un comportamento, una relazione poco importa; la capacità di elargire una risposta di sollievo può portare alla nascita di una dipendenza da tutto quello che, anche se soltanto nel breve periodo, sembra far sentire meglio e distogliere il pensiero da ciò angoscia.

Si tratta si una perdita di controllo sull’abitudine che rischia man mano di concretizzarsi secondo una percezione della realtà materiale e immediata che non favorisce la distinzione tra il sentimento soggettivo e l’oggetto percepito dai sensi. Tutto ciò può condurre ad una situazione che non consente di vedere altro futuro se sprovvisti di una sostanza o provati di quell’oggetto che permette di rimanere in piedi.

L’astinenza può raggiungere livelli tali da comportare conseguenze anche piuttosto rilevanti al punto da provocare anch’essa uno stato depressivo.

Che tipo di relazione allora lega questi due fenomeni? Sono sempre correlati tra loro? Quale dei due può essere la causa dell’altro? Potrebbe risultare facile rispondere a queste domande se si parlasse di due entità a sé stanti non riguardanti la vita della persona. Si tratta invece di due fenomeni che si contraddistinguono in maniera tanto diversa da caso a caso quanto diversa risulta la vita degli esseri umani.

È indiscutibile la comorbilità tra dipendenza e depressione e ciò sembra valere sia per le tradizionali forme di dipendenza (alcol, droghe, sostanze) che per le cosiddette “new addiction” (gioco d’azzardo, shopping compulsivo, work addiction). Studi diversi, ad esempio, indicano per le persone tossicodipendenti, la presenza di una tasso di depressione preesistente tre/quattro volte più alto rispetto alla gente comune.

Ciò dimostra come ricorrere ad uno spacciatore sia molto più facile che accedere ad un servizio di aiuto. Quest’ultima decisione, infatti, sarebbe l’esito di un processo di graduale consapevolezza del problema; quella consapevolezza che una sostanza o un comportamento compensatorio avrebbero invece la funzione di contrastare per garantire una falsa tranquillità. Circa il 10% degli alcolisti, ad esempio, trova nel bere un sollievo dal disagio depressivo. L’intento di “affogare i problemi nell’alcol” dimostra proprio l’iniziale tendenza a voler negare la sofferenza interiore fino al momento in cui l’individuo si trova a fare i conti con una capacità dei problemi stessi di rimanere a galla e l’alcol, come autocura, non basta più. La persona scopre quindi che il problema è ancora li, più grande e pesante di quanto al momento della sua nascita poteva sembrare; proprio perché nel tempo temuto, negato, trascurato e non ascoltato. Come uscire allora da quest’empasse?

Curare la dipendenza prima e la depressione poi può essere una strategia valida? Lo sarebbe se si avesse la certezza rispetto a quale delle due può essere la causa dell’altra ma è ad oggi molto difficile stabilirlo in quanto sono anche diversi gli studi che hanno dimostrato l’insorgenza di una sindrome depressiva dopo il sopraggiungere di una forma di dipendenza.

Sta di fatto che il primo passo sta nel riconoscimento dell’esistenza del problema principale. Serve sicuramente una grande forza di volontà che a volte necessita dell’aiuto di un professionista e di un lavoro terapeutico su se stessi per permettere alla persona di fare un passo indietro e prendersi cura di sé. L’oggetto della dipendenza, infatti, proprio per le sue dinamiche “infestanti”, rischia di divenire il pensiero principale che occupa la mente e la giornata dell’individuo, al punto di renderlo inconsapevole della sua depressione.

Questo è il motivo per il quale anche una depressione non trattata può rappresentare un fattore predittivo determinante per una possibile ricaduta nella dipendenza. Nel ricostruire il puzzle della Salute, quindi, è necessaria una visione allargata dei due fenomeni affinché, letti nella loro complessità, sia possibile per l’individuo mettere le mani nella propria vita uscendo da una visione lineare di causaeffetto tra queste due forme di disagio in virtù di una relazione tra loro circolare in grado di spiegare non solo il bisogno di fuga ma anche la strada per dare le parole al dolore.