DEPRESSIONE E DIPENDENZE: I NUMERI

DEPRESSIONE

Un recente studio Istat, condotto in collaborazione con Eurostat, ha rilevato che in Italia 2,8 milioni di italiani soffrono di depressione, metà dei quali accusano la cosiddetta “depressione maggiore”.

Frequenti e intensi stati di insoddisfazione e tristezza; tendenza a non provare piacere nelle comuni attività quotidiane; perenne condizione di umore negativo, accompagnato da pensieri pessimisti circa se stessi e il proprio futuro.

Questi sono i sintomi della depressione maggiore o disturbo depressivo maggiore; un disturbo dell’umore che può diventare grave.  I dati epidemiologici evidenziano che il disturbo depressivo maggiore è il disturbo psichiatrico più diffuso nel mondo.

DIPENDENZA DA COCAINA

L’Italia è il terzo paese dell’Unione Europea per uso di cannabis e il quarto per uso di cocaina: è uno dei dati rilevanti contenuti nella Relazione europea sulla droga 2018 dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (EMCDDA).

La dipendenza da cocaina e da droghe in generale è un grave disturbo cerebrale, legato alle alterazioni della funzionalità neuronale, causate dall’assunzione ripetuta della sostanza.

Numerosi sono gli effetti psichici della cocaina sul sistema nervoso centrale come euforia, labilità affettiva, ipervigilanza, anoressia ed insonnia o al contrario tristezza, malinconia, apatia, difficoltà di attenzione e di concentrazione; e ancora paranoia, psicosi, allucinazioni, disorientamento.

ALCOLISMO

Secondo i dati Istati, in Italia sono 3 milioni i bevitori a rischio e 1 milione le persone che mostrano segni di dipendenza da alcol. L’alcolismo è una patologia in aumento, soprattutto tra i giovanissimi che sperimentano sempre più frequentemente il binge drinking, pratica pericolosa per la salute che consiste nell’assunzione di dosi elevate di alcolici in un breve lasso di tempo.

Oltre ai gravi effetti come danni al fegato, ipertensione, ictus e malattie cardiache, l’alcol contribuisce ai problemi di salute mentale poiché è un depressivo che interferisce con i sofisticati meccanismi di trasmissione dei segnali del cervello e può influenzare il modo in cui questo analizza l’ambiente e lavora.

Le alterazioni che ne conseguono possono avere ripercussioni profonde su fattori come l’umore, il comportamento, il pensiero, il movimento, la capacità di lavorare. L’abuso di alcol può interferire con l’equilibrio chimico nel cervello, peggiorando il disturbo psichiatrico.

TABAGISMO

L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che ogni anno 6 milioni di persone muoiano per gli effetti tossici del fumo di sigaretta e ha definito il fumo di tabacco come “la più grande minaccia per la salute nella Regione Europea”. Il Center for Disease Control and Prevention – CDC degli USA ha identificato 27 malattie fumo-correlate.

Recenti studi, evidenziano che il tabagismo, con l’andare del tempo, aumenta il rischio di problemi mentali. Secondo un gruppo di ricercatori dell’Università di Londra il vizio del fumo, se protratto per lungo tempo, aumenta notevolmente il rischio di un declino mentale.

I risultati della ricerca, infatti, hanno evidenziato che i soggetti fumatori sono maggiormente soggetti ad un danneggiamento dei vasi sanguigni, compresi quelli cerebrali. Il fumo, una volta introdotto, causa un restringimento ed un indurimento delle arterie, compromettendo l’apporto di ossigeno al cervello.

LUDOPATIA

Il Ministero della Salute classifica la ludopatia come una vera e propria patologia e la definisce come “l’incapacità di resistere all’impulso di giocare d’azzardo o di fare scommesse, nonostante l’individuo che ne è affetto sia consapevole che questo possa portare a gravi conseguenze”.

Il rischio a cui può incorrere il ludopatico, in effetti, non è solo la perdita incontrollata delle proprie risorse economiche e di quelle familiari ma anche di mettere da parte le normali attività quotidiane come lo studio, il lavoro, i propri cari, le amicizie.

Il gioco d’azzardo può, dunque, assumere la connotazione di un vero e proprio disturbo psichiatrico.

DIPENDENZE E DEPRESSIONE. QUALE LEGAME?

“.. . Io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non

si spaura.… Così tra questa immensità s’annega

il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo

mare.”

Giacomo Leopardi

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Due fenomeni distinti, ma correlati che influiscono sulla psiche e che affliggono sempre più persone, anche nel nostro Paese.

Ecco l’analisi del dott. Francesco Bernacchia, psicologo e psicoterapeuta della Struttura Riabilitativa Colle Cesarano.

 

Quale stato di Salute è oggi possibile per l’uomo e quale è il suo ruolo nella partecipazione al proprio benessere? Capire dove nascono e dove si celano le dimensioni della Salute può rappresentare oggi una vera sfida per l’essere umano.

Nella frenesia di una società come quella attuale, l’universo emotivo dell’uomo sta trovando spesso difficoltà nel far sentire la sua voce in un contesto che, dietro il “comando” della perfezione, si rivela disponibile all’accoglienza e al rinforzo del solo successo, del divertimento e di una visione a volte distorta della realizzazione di se stessi. È facile, per l’uomo di oggi, adoperarsi inconsapevolmente per la completa realizzazione di un sé ideale imposto dalla società. A ciò vanno ad aggiungersi una serie di altre variabili interne all’individuo che, inerenti la sua storia ed altri aspetti più profondi della personalità, danno vita ad un “dialogo” tra il mondo interno dell’uomo e il mondo esterno della società.

Ma dove porta tutto ciò nel momento in cui queste due entità non riescono a dialogare e l’uomo non trova domande dentro di sé capaci di suscitare risposte all’esterno? Il senso di inadeguatezza, in questo caso, rischia di prendere il sopravvento, lasciando spazio ad un calo dell’autostima, ad una sensazione di insofferenza, stanchezza e a pensieri negativi i quali lasciano intravedere uno stato depressivo che spesso trova nell’auto-isolamento un falso e momentaneo sollievo.

Ad oggi si stima un’incidenza della sindrome depressiva sul 10% della popolazione, anche se non sempre la presenza dei suoi sintomi si accompagna alla relativa consapevolezza. Capita spesso, infatti, che la stanchezza, l’insofferenza e la demotivazione siano considerati dall’individuo come risposta ad una serie di problematiche esterne (contesto di vita lavorativo, familiare, ecc.) piuttosto che una difficoltà che origina anche e soprattutto dentro se stesso.

Come fronteggiare allora questa difficoltà? In quali comportamenti rifugiarsi per non correre il rischio dell’auto-isolamento e della propria inadeguatezza?  Molte sono le persone che riescono a chiedere aiuto, ma quasi mai ciò accade senza che prima non si sia passati per una fase di negazione o di “automedicazione” attraverso gli stimoli offerti dal contesto esterno.

Di fronte ad una forma di malessere dalla quale l’uomo vuole allontanarsi, accade spesso che, nonostante la sua asetticità e la sua frenesia, anche il contesto rischia di divenire un dispensatore di false alternative consolatorie e di divertimento che, rendendosi attraenti all’occhio dell’individuo, “dolcemente” lo privano del contatto con se stesso e con il proprio tormento interiore.

Quest’anestesia emotiva si diffonde quindi su un piano socio-culturale dove l’uomo diventa sempre più pratico e concreto, ma incapace di vivere o gestire le proprie emozioni dolorose e prendersene cura. Ed è qui, in questo concretismo, che anche la ricerca di soluzioni diverse può portare ad altre forme di automedicazione capaci di dare, nell’immediato, una risposta fugace e transitoria al disagio sperimentato.

Che sia un farmaco, una sostanza, un comportamento, una relazione poco importa; la capacità di elargire una risposta di sollievo può portare alla nascita di una dipendenza da tutto quello che, anche se soltanto nel breve periodo, sembra far sentire meglio e distogliere il pensiero da ciò angoscia.

Si tratta si una perdita di controllo sull’abitudine che rischia man mano di concretizzarsi secondo una percezione della realtà materiale e immediata che non favorisce la distinzione tra il sentimento soggettivo e l’oggetto percepito dai sensi. Tutto ciò può condurre ad una situazione che non consente di vedere altro futuro se sprovvisti di una sostanza o provati di quell’oggetto che permette di rimanere in piedi.

L’astinenza può raggiungere livelli tali da comportare conseguenze anche piuttosto rilevanti al punto da provocare anch’essa uno stato depressivo.

Che tipo di relazione allora lega questi due fenomeni? Sono sempre correlati tra loro? Quale dei due può essere la causa dell’altro? Potrebbe risultare facile rispondere a queste domande se si parlasse di due entità a sé stanti non riguardanti la vita della persona. Si tratta invece di due fenomeni che si contraddistinguono in maniera tanto diversa da caso a caso quanto diversa risulta la vita degli esseri umani.

È indiscutibile la comorbilità tra dipendenza e depressione e ciò sembra valere sia per le tradizionali forme di dipendenza (alcol, droghe, sostanze) che per le cosiddette “new addiction” (gioco d’azzardo, shopping compulsivo, work addiction). Studi diversi, ad esempio, indicano per le persone tossicodipendenti, la presenza di una tasso di depressione preesistente tre/quattro volte più alto rispetto alla gente comune.

Ciò dimostra come ricorrere ad uno spacciatore sia molto più facile che accedere ad un servizio di aiuto. Quest’ultima decisione, infatti, sarebbe l’esito di un processo di graduale consapevolezza del problema; quella consapevolezza che una sostanza o un comportamento compensatorio avrebbero invece la funzione di contrastare per garantire una falsa tranquillità. Circa il 10% degli alcolisti, ad esempio, trova nel bere un sollievo dal disagio depressivo. L’intento di “affogare i problemi nell’alcol” dimostra proprio l’iniziale tendenza a voler negare la sofferenza interiore fino al momento in cui l’individuo si trova a fare i conti con una capacità dei problemi stessi di rimanere a galla e l’alcol, come autocura, non basta più. La persona scopre quindi che il problema è ancora li, più grande e pesante di quanto al momento della sua nascita poteva sembrare; proprio perché nel tempo temuto, negato, trascurato e non ascoltato. Come uscire allora da quest’empasse?

Curare la dipendenza prima e la depressione poi può essere una strategia valida? Lo sarebbe se si avesse la certezza rispetto a quale delle due può essere la causa dell’altra ma è ad oggi molto difficile stabilirlo in quanto sono anche diversi gli studi che hanno dimostrato l’insorgenza di una sindrome depressiva dopo il sopraggiungere di una forma di dipendenza.

Sta di fatto che il primo passo sta nel riconoscimento dell’esistenza del problema principale. Serve sicuramente una grande forza di volontà che a volte necessita dell’aiuto di un professionista e di un lavoro terapeutico su se stessi per permettere alla persona di fare un passo indietro e prendersi cura di sé. L’oggetto della dipendenza, infatti, proprio per le sue dinamiche “infestanti”, rischia di divenire il pensiero principale che occupa la mente e la giornata dell’individuo, al punto di renderlo inconsapevole della sua depressione.

Questo è il motivo per il quale anche una depressione non trattata può rappresentare un fattore predittivo determinante per una possibile ricaduta nella dipendenza. Nel ricostruire il puzzle della Salute, quindi, è necessaria una visione allargata dei due fenomeni affinché, letti nella loro complessità, sia possibile per l’individuo mettere le mani nella propria vita uscendo da una visione lineare di causaeffetto tra queste due forme di disagio in virtù di una relazione tra loro circolare in grado di spiegare non solo il bisogno di fuga ma anche la strada per dare le parole al dolore.